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Quegli Strani Incontri

È il giorno di Natale.
 

Paolo si sveglia nella sua abitazione e si stropiccia gli occhi per riprendere contatto con il mondo. Alzandosi faticosamente dal letto, si avvicina alla finestra della camera per alzare la tapparella e illuminare la stanza con il sole invernale. Davanti ai suoi occhi si presenta un paesaggio ghiacciato, tipico di fine dicembre dopo una nottata di gelo.

Si appresta a trascorrere la giornata di festa a casa dei genitori di Lucia, la sua fidanzata.

La suoneria del cellulare fa da sottofondo musicale, accompagnata dai messaggi di lei che gli intimano di essere puntuale e di passare a ritirare il dolce natalizio per i “quasi” suoceri.

Paolo si prepara riordinando la stanza, in preda a un disordine molto personale, dove però si trova a proprio agio: una sorta di mondo parallelo in cui solo lui riesce a raccapezzarsi.

A qualche chilometro di distanza, Rebecca sta dormendo in macchina, ancora nel suo abito di scena, dopo una notte turbolenta. Lo spettacolo della sera precedente e, soprattutto, il litigio con il suo “compagno” — sposato, con figli, e promesse mai mantenute — le hanno rovinato la vigilia natalizia.

L’auto è parcheggiata sul ciglio della strada, con il motore appena acceso per scaldare l’abitacolo. Paolo si appresta a partire. Non sa ancora che il suo Natale sarà diverso dal solito. Più di quanto possa immaginare.

Tutta colpa di quello stronzo!

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Rebecca, infreddolita nelle calze a rete e con una pelliccia come giubbotto, legge i messaggi dell’amante senza alcun trasporto, ma con un crescente risentimento. Non vuole più vivere nella menzogna e nella precarietà sentimentale.

E adesso come faccio ad andare via da qui?


L’automobile “presa in prestito” non parte più, e nei dintorni non c’è anima viva a cui chiedere aiuto.

Il primo che passa lo fermo, anche se fosse un maniaco.

L’autoradio accesa accompagna il tragitto verso casa dei futuri suoceri. In lontananza, Paolo nota una macchina accostata. Una ragazza scende e, vedendolo arrivare, gli si fa incontro.

Scusa, scusa, ho bisogno di aiuto e non so come fare!
D’accordo ma… come posso aiutarti?
La mia macchina non parte più e… insomma… ho passato qui tutta la notte e non vorrei bruciarmi il Natale.
Non sono un esperto di motori, ma posso provare a dare un’occhiata.

Paolo apre il cofano dell’auto, ma è solo un gesto di cortesia. Non sa dove mettere le mani.

Non hai un libretto delle istruzioni?
Beh… forse nel cruscotto, guardo subito.

Rebecca, distrattamente, nel porgerglielo non si accorge di avere in mano anche il libretto di circolazione. Paolo, per caso, legge il nome del proprietario.

Non credo tu ti chiami Luigi.

Lei capisce di essere stata scoperta e ammette:

In realtà non è la mia macchina. Non l’ho rubata. Diciamo che l’ho presa in prestito da un bastardo.

Paolo ascolta, confuso, ma capisce di non poter fare nulla per farla ripartire.

Mi dispiace non poter essere utile come meccanico, ma…
Senti, lo interrompe Rebecca con una proposta indecente, ti chiedo un grosso favore. Mi potresti accompagnare a casa dei miei genitori? Mi aspettano per festeggiare e non saprei come arrivarci.

Va bene, ma facciamo presto che ho da fare, risponde Paolo, guardando l’orologio.

Ti ringrazio. Grazie davvero… aspetta che recupero le mie borse.

Rebecca si affretta. Il motore si accende e, una volta salita in macchina, partono insieme.

Dopo qualche minuto di silenzio, si rompe il ghiaccio.

— Come mai passavi da queste parti? È una strada piuttosto isolata.

— Devo passare il Natale a casa dei genitori della mia fidanzata e ho fatto questa deviazione per accorciare i tempi.

— Per fortuna direi, altrimenti non so cosa avrei potuto fare.

— Ma tu invece come hai fatto a trovarti con la macchina in panne?

— Non farmici pensare. Vengo da una serata di lavoro non troppo bella.

Paolo, con la coda dell’occhio, nota i vestiti di lei che possono ricordare un “certo” tipo di lavoro.

— Cioè… in cosa consisterebbe il tuo lavoro… o forse il tuo servizio? chiede, visibilmente imbarazzato.

— Servizio? Beh, in effetti devo soddisfare il pubblico.

— Perché… lo fai in pubblico?

Rebecca lo guarda perplessa.

— Facendo l’attrice ho un pubblico davanti!

— Ah… ora ho capito. Scusami, ma per un attimo ho pensato che…

— Che facessi la mignotta.

— No… non mi permetterei.

— Tranquillo. Potrebbe sembrare, ma sono vestiti di scena. Diciamo che non ho avuto la possibilità di cambiarmi. Ma è una lunga storia. Già che siamo in argomento, tu invece nella vita di cosa ti occupi?

— Faccio l’insegnante alle scuole superiori.

— L’insegnante? Io della scuola non ne voglio più sapere. Da quando mi sono diplomata alla De Amicis, per me è un capitolo chiuso.

— Anch’io ho frequentato la De Amicis, ma… non ci siamo ancora presentati. Mi chiamo Paolo.

— Io Rebecca. Ti chiami Paolo!?… Ma eri in classe con Andrea Falchi della quarta B? Ero fidanzata con lui, un mezzo sbandato.

— Sì, eravamo nella stessa classe. Adesso mi ricordo di te. Rebecca del secondo anno, eri tra le più belle della scuola, se non la più bella.

— Mi fosse servita tutta questa bellezza… Sempre con tipi sbagliati, e crescendo non ci sono stati miglioramenti. Però che strana la vita. Non c’è anima viva in giro e chi trovo? Un ex alunno del liceo.

Il cellulare continua a vibrare con i messaggi di Lucia.

— Sei molto richiesto.

— Deve essere la mia fidanzata. Diciamo che ci tiene.

— O forse un po’ ossessiva.

— Beh… diciamo che…

— Ossessiva. Non vuoi dirlo ma lo dico io. Ossessiva. Ah, guarda che siamo quasi arrivati. Gira alla prima a destra, duecento metri e siamo dai miei.

Avvicinandosi alla casa dei genitori, Rebecca dice a Paolo di fermarsi.

— Non posso presentarmi così. Mi devo cambiare. Ti dispiace scendere? Il tempo di sistemarmi e ti lascio andare.

Paolo aspetta paziente fuori dall’auto. Guarda l’orologio e, con la coda dell’occhio, sbircia dentro l’abitacolo senza farsi notare.

Se lo sapesse Lucia mi ammazzerebbe, pensa tra sé e sé.

Rebecca bussa al vetro e gli fa cenno di rientrare.

— Scusami per il disagio, sei stato troppo gentile.

Pochi metri e arrivano davanti a casa dei genitori di Rebecca. Sul ciglio della strada, mamma e papà attendono trepidanti.

— Finalmente sei arrivata, eravamo in pensiero.

Nel frattempo Paolo prende dall’auto le borse della ragazza.

— E lui?

Rebecca, in leggero imbarazzo, guarda Paolo e, rivolgendosi ai genitori, ha un’idea sconvolgente.

— Lui è… lui è Luigi, il mio compagno.

Paolo la guarda con uno sguardo tra il sorpreso e lo stupito.

— Ah, ma lui è il famoso Luigi. Rebecca ci ha parlato molto di te.

Una classica famiglia medio-borghese: questi sono Angela e Mario. Lei, ex infermiera; lui, agente immobiliare in pensione. Gentili e ospitali, ma con una velata invadenza.

— Ma guarda che gentiluomo, ti porta anche le borse.

— Eh sì, è proprio un tesoro.

Con un sorriso e uno sguardo d’intesa, Rebecca fa cenno a Paolo di stare al gioco.

Seduta su una vecchia poltrona c’è la prozia Agata, un’anziana signora con l’apparecchio acustico, non sempre funzionante. Rebecca le presenta Paolo, il quale viene squadrato dalla testa ai piedi senza ricevere né cenno né saluto.

Con il bastone fa capire alla nipote di avvicinarsi.

— Questo almeno è ricco?

— Beh… credo… cioè… è un produttore.

— Ricordati che è più importante quello che ha in banca. Dura di più di quello che ha in mezzo alle gambe.

Interviene Angela:

— Ma prozia! Non è il caso. Scusaci, è fatta così.

Paolo non riesce a proferire parola, talmente è frastornato dalla situazione. Si ritrova a essere un’altra persona, con un altro nome. L’unica cosa che riesce a fare è un sorriso, a metà tra l’imbarazzato e l’idiota.

— E così, Luigi, lavori nel cinema?

Si avvicina un signore robusto, oltre la cinquantina, con un alito che “profuma” di vino: è Franco, lo zio, fratello di Mario.

— Esattamente, si occupa di teatro, lo corregge Rebecca.

— Teatro o cinema poco importa. Allora dimmi: quanta figa ti è passata davanti?

— Adesso basta presentazioni. Luigi, accompagnami di sopra, devo sistemare le mie borse.

Rebecca lo prende per mano e sale le scale.

— Ti rendi conto della situazione in cui mi hai messo?

— Shhh… non farti sentire. Ti prego, reggimi il gioco.

— E come faccio? Mi chiedi di essere una persona che nemmeno conosco.

— Non posso dare ai miei questa delusione. Gli avevo promesso che non sarei arrivata da sola… e poi che ci posso fare se il vero Luigi si è comportato da stronzo?

— E quindi? Devo andarci di mezzo io?

Dalla tasca di Paolo vibra il cellulare.

— Questa è Lucia. Sarà incazzata nera. Ti ricordo che devo passare il Natale da un’altra parte. Non posso rimanere.

— Ma mi vuoi rovinare? Mamma e papà ci tengono troppo. E poi la tua fidanzata… beh, diciamo che capirà.

— Capirà cosa? Che anziché stare con lei sono a casa di estranei? Tra l’altro, se mi fanno domande sul lavoro di questo Luigi, come faccio a dare risposte? Faccio l’insegnante e di produzioni non so un accidente.

— Potresti usare un po’ di creatività.

— Ma sei impazzita? Io me ne devo andare, io…

— Ragazzi, venite, è quasi pronto in tavola. Ed è arrivata anche Ginevra.

La madre di Rebecca interrompe la discussione.

— Mia sorella. Mi raccomando, comportati bene. Lei è molto attenta… per deformazione personale.

— Che tipo di deformazione?

— Lo capirai. Dai, andiamo.

Ginevra è una stimata psicologa. Da sempre intuisce i segreti della sorella con un semplice sguardo. Rebecca le va incontro, l’abbraccia. Saluta anche il marito Claudio e il nipotino Roberto.

— Ti presento Luigi.

Ginevra stringe la mano a Paolo con uno sguardo diffidente.

— Non credo di piacerle, sussurra Paolo a Rebecca.

— Venite… è pronto in tavola.

A pochi chilometri di distanza, Lucia è disperata.

— Perché non risponde quel cretino?

— Te l’ho detto. Lascialo perdere, quell’inaffidabile.

— Papà, ti prego. Ci penso io.

Intanto, Paolo vede il nome della fidanzata lampeggiare sul telefono.

— E adesso cosa faccio?

— Cosa stai facendo?
 

Robertino, seduto accanto a lui, nota il suo armeggiare.

— Niente… pensavo di aver perso qualcosa.

— Ma se stai guardando il telefono.

— Robertino, non lo disturbare. Stai seduto composto, lo riprende Ginevra.

— Avrei bisogno di assentarmi un attimo. Dov’è il bagno?

— Sali le scale, la prima porta a destra.

Paolo/Luigi lascia il tavolo. Una scusa per poter chiamare Lucia. Franco, intanto, bisbiglia al fratello:

— Lo so io perché va in bagno. Quello va a farsi…

Indica il naso con l’indice.

— Piantala, non farti sentire, lo rimprovera Mario.

— Sarà, ma per me è così.

Nella foga di salire, Paolo inciampa sull’ultimo gradino e atterra faccia a terra.

— Ma tu guarda in che situazione mi trovo… e che figura di merda.

Chiude a chiave la porta, apre il rubinetto per coprire la voce e chiama.

— Cretino! Ma dove sei finito?
— Lucia posso spiegarti… è che…
— Non riesco a sentirti. Dove ti trovi?

Chiude il rubinetto.

— Sono… ehm… alla stazione di servizio. Ho bucato una gomma. Proprio oggi, mai successo in vita mia.

— E quanto ci vuole? Qui ti stiamo aspettando tutti.

— C’è un sacco di gente… strano, a Natale dovrebbero essere tutti a tavola a quest’ora…

— Non mi interessa degli altri. Sbrigati ad arrivare.

— Farò il possib…

Dall’altra parte: chiamata chiusa.

— Ma perché, perché, perché…

Si sente bussare.

— Ehi, tutto bene? chiede Rebecca, preoccupata.

— Bene non direi. Ho sentito Lucia. Mi sono inventato una scusa per tranquillizzarla, ma non credo di esserci riuscito.

Lei lo osserva, notando lo sconforto.

— Mi dispiace averti creato tutti questi problemi. Non volevo metterti in difficoltà, ma non sapevo cosa fare. Ho visto i miei e d’istinto ho inventato la nostra relazione.

— Però io non sono bravo a recitare. E se mi fanno domande sul lavoro? Cosa dico? Ti rendi conto dell’imbarazzo?

— A questo ci penso io. Ricordati che sono un’attrice, qualcosa vorrà pur dire. Dai, adesso torniamo dagli altri.

Paolo segue Rebecca, nel vortice d’ansia di chi teme di farsi scoprire… e con una fidanzata in piena crisi dall’altra parte del telefono.

Tra un piatto di lasagne e un cappone ripieno, Paolo si sforza di digerire qualcosa. I suoi occhi osservano con attenzione sguardi e atteggiamenti dei commensali.

Angela e Mario, come una coppia anni ’50, intenti al benessere familiare.
Ginevra, che lo scruta con aria analitica.
Lo zio Franco, già rosso in volto per il vino.
La prozia Agata, persa nel suo mondo, con l’apparecchio acustico funzionante a intermittenza.

— E la prossima tournée di primavera? domanda Mario a bruciapelo.

— Dice a me!? risponde Paolo, con una goccia di sudore che gli scende dalla fronte.

— E chi se no… Rebecca ce ne aveva accennato. Ma sai, nostra figlia fa la misteriosa.

— E non solo con voi, mormora Paolo, a voce così bassa da non farsi sentire.

Nonostante sia un insegnante, abituato alle interrogazioni, si sente come un alunno colto alla sprovvista, circondato dagli sguardi silenziosi dei compagni in attesa.

Solo che, stavolta, non c’è una lezione da ripetere. Bisogna improvvisare.

Fortunatamente, Santa Rebecca interviene:

— Ma papà, lascialo tranquillo almeno a Natale. Il lavoro dimentichiamocelo, vero Luigi?

— Sì sì, proprio dimenticato.

Sul volto di Paolo compare un finto sorriso, come quello forzato davanti all’obiettivo di una macchina fotografica.

Ginevra si alza per dare una mano a sparecchiare. Si avvicina a Paolo e lo invita a seguirla:

— Così conosco il futuro cognatino.

Dopo uno sguardo a Rebecca, che annuisce, Paolo la segue in cucina.

— Adesso mi dici chi cazzo sei?

— Come?

— Hai sentito bene. Che cazzo c’entri con mia sorella? Tu non lavori con lei, non ti chiami Luigi e non sei il suo fidanzato. Come ci sei finito qua?

Paolo si prende un attimo.

— È vero. Non mi chiamo Luigi e non sono il suo fidanzato. Le ho solo dato un passaggio. Poi lei mi ha presentato come il suo compagno per non deludere i vostri genitori.

— Ecco, questo è il punto. Non vanno delusi. Rebecca ha sempre trovato uomini sbagliati, ed è un cruccio per mamma e papà. Non so perché, ma tu hai fatto una buona impressione. Stai al gioco… anche perché vi aspetta una sorpresa.

— Una sorpresa?

— Sì, una sorpresa. Ma non azzardarti a dire qualcosa a lei. Acqua in bocca.

Paolo torna a tavola per il dolce finale. Rebecca lo guarda leggermente interdetta.

— Tutto ok? Cosa ti ha detto Ginevra?

— Nulla di che. Voleva semplicemente conoscermi.

Risposta banale, ma utile a nascondere il tumulto interiore. Dalla tasca estrae il telefono: una sfilza di chiamate perse e un messaggio in evidenza.

Non farti più vedere!

In poche ore è passato da una relazione stabile a una finta storia assurda e grottesca. Mentre sorseggia il caffè, riflette: forse la sua felicità era finta quanto quella messinscena.

Una felicità più falsa di quella recita familiare, eppure… così accogliente. Persone mai viste lo avevano ricevuto con calore.
E sentirsi Luigi, in fondo, non era poi così male.

Rebecca gli aveva spalancato il suo mondo. Senza volerlo, gli aveva regalato una ventata d’aria fresca, come aprire le finestre in una mattina di primavera.

Papà Mario, con un tintinnio sul bicchiere, cattura l’attenzione di tutti.

— E ora prendiamo i nostri cappotti e andiamo qui vicino per una sorpresa. Ma non voglio dire di più.

Paolo ricorda le parole di Ginevra e incrocia il suo sguardo da cane da guardia.
L’allegra famigliola si incammina verso una villetta poco distante.

— Ragazzi, questo sarà il vostro nido d’amore!

Una casa ristrutturata, grazie alle conoscenze di Mario, ex agente immobiliare. Un regalo di Natale per la figlia e il futuro genero.

Applausi. Richiesta di bacio.
Rebecca, attrice navigata, non esita: lo bacia.

Lo zio Franco si avvicina a Paolo e gli tocca il pacco.

— Fallo funzionare, eh!

La prozia Agata, ignara, chiede spiegazioni.
Ginevra e il marito fanno le congratulazioni.
Robertino vuole entrare in casa, incuriosito.

Paolo non crede ai suoi occhi. In un giorno è passato da una fidanzata dispotica a una nuova casa con una donna appena conosciuta.

Poi si ricorda: in macchina c’è ancora il dolce natalizio. Non sa in che condizioni sia, ma lo prende per regalarlo ad Angela e Mario, come ringraziamento.

Si è fatto tardi. Volti stanchi, ma sorridenti, dopo un Natale passato insieme.
Paolo ha dimenticato il ruolo da interpretare. Saluta i “suoceri” con affetto. Con Rebecca si avvia alla macchina.

Appena partiti, nel silenzio… lei esplode a ridere.

— Lo so che dovrei scusarmi per i casini che ti ho creato… ma mi sono troppo divertita… ah ah ah!

Lui sorride, ormai disteso.

— E con la tua fidanzata?

— Lucia ormai me la posso scordare. A pensarci bene… non so se mi dispiaccia. Forse è meglio così.

Rebecca gli accarezza il viso.

— Ma il bacio? Un bacio finto da attrice! Sono stata brava?

— Non mi sembrava tanto finto.

— Sai… sono trucchi del mestiere.

Entrambi si lasciano andare a una risata. Liberatoria.
Dopo una giornata folle. E incredibilmente vera.


FINE

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Anime Perdute

Una mattina come tante. 

L’ufficio avvolto dal fumo dell’ultima sigaretta, una delle tante della giornata. Fascicoli di casi da risolvere senza una soluzione apparente.

La segretaria occasionale accoglie due persone di mezza età, un uomo ed una donna. 

Due genitori spaventati.

“Ci siamo rivolti alla polizia ma le ricerche non hanno portato a nulla. Tutto a causa di quei maledetti.”

“Chi precisamente?”

“Una setta. Universitari ma sono una setta. Ci hanno chiesto dei soldi per riavere la nostra Elisabeth ma abbiamo poche disponibilità.”

Steve non era solito ad occuparsi di persone scomparse. Gli omicidi erano la sua specialità visto il suo passato da poliziotto. Ma gli occhi di quei due individui gli avevano trasmesso qualcosa. 

Elisabeth ha gli occhi innocenti e lentiggini che la rendono ancora più bambina.

Le sette erano un fenomeno diffuso in città. Erano legate ad ambienti finanziari ed economici. L’università … poteva essere collegata a qualche bravata da studenti. Il suo fiuto annusò che sotto c’era qualcosa di grosso. Di molto grosso.

“Sei convinto di prendere questo caso?” 

La voce di Michael era inconfondibile, così come il mantello posticcio da Superman che gli cingeva le spalle.

Era la sua coscienza sensitiva e visiva. Un ex scaricatore di porto che aveva girato i sette mari. Quel mantello da supereroe ormai liso lo aveva rubato da un negozio di noleggio costumi teatrali dopo una sbronza delle sue. Nonostante l’aspetto poco affidabile si era rivelato sempre di grande aiuto per Steve. 

Un’arma segreta invisibile. Solo lui poteva vederlo e sentirlo.

“Quella ragazza mi ricorda molto una mia cotta giovanile. Mi trovavo ad Hong Kong. Avevamo attraccato e ci saremmo fermati in quel porto per qualche giorno. Non capivo una parola di quello che diceva ma rimasi colpito dalla sua spontaneità … soprattutto a letto. Molto generosa. Non mi fraintendere, non era una poco di buono ma sotto le lenzuola ci sapeva fare. Era delicata.”

“Cazzo dici … adesso mi appari per raccontarmi le tue avventure amorose? C’è una ragazza da ritrovare.”

“Mi meraviglio di te che non ci sei ancora arrivato. Una studentessa universitaria presa da un branco di stupidi ragazzetti. Si fanno chiamare setta ma sono solo figli di papà. Non possono averla nascosta in città, troppo scontato e facilmente rintracciabile. Pensaci: una fattoria dà meno all’occhio …”

Steve, poco avvezzo alla tecnologia, decise di fare una breve ricerca al telefono. Iniziò a chiamare i numeri presenti in rubrica. Non sono molte le fattorie fuori città, pensò. 

“Green” era rimasta abbandonata dopo che il proprietario, un anziano italoamericano, era passato a miglior vita in un disastroso incidente d’auto. Nessuno si interessò ad acquistare quel terreno e spesso la fattoria venne bersagliata da vandali occasionali in preda ai fumi dell’alcol e delle sostanze.

Dopo una mezz’ora di macchina, Steve arrivò all’edificio abbandonato. Una insegna cascante e rovinata dal tempo. Erbacce alte che ne ostruivano l’ingresso. 

E nel silenzio della natura delle chiare grida strozzate.

Entrando nel capannone salì le scale di legno con molta calma per paura che potessero crollare. Immersa in cumuli di fieno spuntava una ciocca di capelli rossi. 

Erano i capelli di Elisabeth. 

Steve la rassicurò, togliendole con delicatezza la benda stretta troppo forte sulla sua bocca. 

“Chi ti ha portato qui?”

“Dei ragazzi, non so chi. Ero bendata e legata.”

“Sono stati quelli del laboratorio scientifico. Sono loro i colpevoli.”

Michael nel suo essere ologramma poteva spostarsi senza problemi alla massima velocità. Aveva rintracciato i malviventi intenti a proseguire il loro piano diabolico. Vivisezionare esseri umani dopo averlo fatto con animali. E il tutto per un ingente ritorno economico. Vendita di organi sul mercato nero. “Con questa gente non si scherza, amico mio.”

La notizia divenne immediatamente di dominio pubblico in città. I ragazzi provenivano da famiglie ricche famose per opere di beneficenza presto trasformatesi in coperture ben congegnate per coprire traffici loschi ed appalti truccati.

“Per ringraziarmi potresti offrirmi un sigaro. Non sai da quanto tempo non fumo. Tanto sono un fantasma, che male può farmi?”

Steve senza proferire parola prese un paio di sigari che aveva sulla scrivania. Li lanciò a Michael il quale sparì in attesa della prossima avventura.

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Amore puro

Anna è una studentessa lontana da casa per realizzare il suo sogno: laurearsi in architettura.

Bologna è una città dove ha trovato accoglienza e soprattutto un amore inaspettato.

Claudio è il nome di colui che ha fatto breccia nel suo cuore. Si trova nei pressi della città intento a svolgere i mesi di servizio civile legato ai beni culturali.

Dove si sono conosciuti è il ritrovo serale degli universitari per stringere rapporti o condividere esperienze.

Essendo un luogo piuttosto frequentato e affollato, la conoscenza tra Anna e Claudio non è stata immediata o scontata.

Frasi di circostanza come saluto tra bicchieri di birra o fumo di sigarette che davano un’atmosfera noir alle serate.

Grandi sorrisi facevano da contraltare ad una timidezza caratteristica di entrambi. Quasi a voler rompere il ghiaccio di una forte simpatia pronta per sbocciare.

Ho visto che vieni spesso in questo posto” provò Claudio ad imbastire un minimo di dialogo.

In effetti lo conosco bene grazie alle mie amiche anche se a volte gradirei un po’ di tranquillità e meno caos.”

La mia moto è qui fuori. Se ti fidi ho il posto che fa per te e me.”

“Mmm….ma sì dai.” Mollano amici e conoscenti senza dire nulla e se ne vanno.

Notte stellata fa da cornice al breve viaggio su due ruote verso il luogo congeniale al loro stato d’animo.

Ok siamo arrivati” disse Claudio fermando la moto.

Prenotato il tavolo verde per lei” disse scherzando per alleggerire il piccolo disorientamento di Anna.

Quadro di una collina bolognese effetto notte. L’ambientazione dava ispirazione artistica.

Raggiungi la Luna con un dito” è la scritta di un albero che rende l’idea della sensazione d’immenso data dal luogo.

Siamo solo noi e nessun altro” dopo un timido tentativo tra i due scatta il bacio.

Tanti rumori della natura fanno da sottofondo ma senza disturbare.

Una notte come inizio della loro storia, senza pretese o forzature.

Vorrebbero fermare il tempo e cogliere quell’attimo per non lasciarlo andare via.

Zero stress ma solo la voglia di stare insieme lasciando che il mondo urli.

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Puntare al cielo e oltre: perché non dovresti avere alcun limite nei sogni

Sognare non costa nulla. Tante volte si sente questa frase come incoraggiamento per chi ha un sogno nel cassetto o per coloro che hanno rinunciato ad inseguire i propri obiettivi. Io aggiungerei le parole nessun limite (no limits per chi è esterofilo).

Sì perché quando pensiamo a qualcosa che ci piacerebbe ottenere o in alcuni casi si fa troppo desiderare creandoci un minimo di sofferenza, quello che possiamo fare nella nostra testa è dare sfogo alla nostra immaginazione senza alcun tipo di barriere.

La vita ci crea limitazioni alle quali sottostare. Almeno quando si sogna non dobbiamo lasciarci influenzare da niente e nessuno.

La creatività è come i sogni: qualcosa di inconscio che sta dentro di noi. Basta saperlo riconoscere e non tenerlo nascosto.

Ecco qualche piccolo segreto (ma non troppo).

  • ritrovare il bambino di un tempo

Lasciare spazio solamente a ciò che ci piace. La creatività come mezzo per esprimere il fanciullo diventato grande ma che vuole esprimersi secondo la propria indole.

  • darsi un’altra possibilità

Quando tutto sembra definito e rinunciamo a rincorrere i nostri sogni. Per paura o pigrizia. Possiamo dimenticarli o fingere che non esistano ma i nostri obiettivi hanno la chiave per aprire quel famoso cassetto. Con la polvere a fare da sfondo ma nessun tappeto dove nasconderla. Un tarlo senza fine per non arrendersi mai.

  • zero monotonia e tanto colore

Un foglio da disegno per colorare e soddisfare il nostro istinto creativo. La creatività come antidoto alla routine quotidiana.

Non sono un filosofo anche perché non mi interessa e non sarei in grado di farlo ma mi sento di affermare che l’arte e l’istinto creativo sono i sogni che dall’inconscio passano alla realtà.

Per vivere e per vincere con noi stessi.

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Breve storia del mio rapporto conflittuale con la tecnologia

La premessa del titolo può far pensare che non ami molto gli strumenti tecnologici che il mondo ci mette a disposizione. Non è così. Diciamo che sono loro che non amano me.

Avete presente quando volete svolgere un determinato lavoro pensato e organizzato nei minimi dettagli e per un qualsivoglia motivo non va a buon fine?

Non una piccola parte….zero assoluto.

Ne avevo già scritto in altri articoli legati alle mie pubblicazioni fai da te su quanto possa essere complicato risolvere quelle problematiche legate alla creazione del proprio libro. Specialmente se si affrontano certe operazioni per la prima volta.

Come tanti anch’io ho il telefono pieno di applicazioni che sono entrate a far parte della vita di tutti i giorni ma creare ed impostare l’impaginazione del romanzo appena scritto è un’altra storia non solamente da scrivere ma da imparare.

Perché il segreto è tutto lì: la voglia di conoscere e cimentarsi in cose nuove per crescere e togliersi delle soddisfazioni.

Inizialmente mi sembrava complicato svolgere l’intera stampa di ogni capitolo del libro. Un lavoro in aggiunta alla scrittura che richiedeva il tempo necessario.

Ma dovevo farlo.

Fortunatamente ho avuto l’aiuto di un amico che con voglia e pazienza ha saputo guidarmi altrimenti sarebbe stato tutto più difficile per un neofita come me.

Soprattutto il formato digitale ebook, molto utilizzato in questi anni, è stato complicato da definire perché si installava come un gioco di incastri tra una pagina e l’altra dove il tutto doveva combaciare perfettamente.

Tante anteprime di stampa alla ricerca della perfezione o quanto meno di qualcosa presentabile e gradevole per i lettori.

Devo dire che dopo un primo impatto difficoltoso è subentrata la voglia e la tenacia di realizzare quello che volevo: il mio romanzo. Ho appreso nuove conoscenze utili per i prossimi progetti che vorrò realizzare.

Per un creativo le idee sono alla base del suo percorso ma devono essere accompagnate dalla parola fare.

Fare per migliorare, crescere, evolvere e realizzarsi.

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La mia più grande soddisfazione da scrittore autopubblicato

Quando intraprendi una passione la cosa principale è quella di divertirsi, avere un minimo di spensieratezza che nella società odierna è merce molto rara. Quasi vietata.

Ovviamente sono partito da zero, anzi sottozero. Perché scrivere per se stessi o semplicemente avere il piacere di farlo è una cosa. Mettersi in gioco pubblicando i propri scritti sperando di attirare l’attenzione dei lettori è una sfida per nulla scontata.

Tante domande mi passavano per la testa legate soprattutto al giudizio altrui. Saperlo affrontare, ricevere apprezzamenti, ascoltare o leggere critiche anche dure e pesanti.

Sono tutti aspetti che fanno parte del gioco. Quando si impara a nuotare l’acqua non deve fare paura ma è un elemento necessario al nostro allenamento.

Così i commenti diventano una palestra per rafforzare noi stessi e il nostro carattere per saper rispondere quando lo riteniamo utile e necessario.

Partendo da un principio fondamentale: la nostra creatività, sotto qualsiasi forma, viene raccolta da coloro che vogliono raccoglierla e conoscerla. Non è per tutti. Non è di tutti.

Questa è stata la mia prima grande soddisfazione: lanciare un messaggio nel mondo. Una goccia nel mare che si mescola alle altre.

Scrivere un libro è un piacere ma diventa anche fatica se fatto con impegno e dedizione. Chi si vuole avvicinare al nostro lavoro lo deve fare con il dovuto rispetto, che siano conoscenti e non.

Alle persone con le quali c’è un rapporto più profondo e confidenziale si può regalare la propria opera creativa come dono di una parte di noi stessi. Ma anche in questo caso va fatto con molta cura e attenzione.

Con il tempo e l’esperienza il traguardo finale è riuscire a vivere concretamente con la scrittura, farne una professione. Non facile ma stimolante.

Uno step successivo che passa dalla soddisfazione di aver messo nero su bianco la propria idea artistica. Che sia un ebook da digitare o un libro cartaceo da sfogliare è qualcosa che ci rende “pieni” nell’anima e orgogliosi. Un percorso intrapreso solo da chi vuole svoltare nella vita.

Non siamo su un’isola deserta dove mandare messaggi tramite una bottiglia di vetro lanciata nel mare. Con la tecnologia possiamo arrivare a chiunque lo voglia.

Senza inseguire nessuno e rimanendo fedeli a noi stessi.

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Autopubblicazione o casa editrice? Come decidere il giusto percorso editoriale per il tuo primo libro

Un argomento dove ognuno di noi può avere le idee più diverse. Tutto sta a come uno scrittore voglia pubblicare il proprio libro.

Come si evince dal titolo le strade sono due: autopubblicazione o casa editrice.

Non voglio dirvi quale sia l’opzione migliore perché un autore deve avere il diritto e la libertà di scegliere il percorso più adatto.

Posso raccontarvi la mia esperienza all’esordio nella scrittura. Quando pubblicai la raccolta di poesie decisi di farlo in formato ebook auto pubblicandolo.

Mi sembrava la cosa migliore da fare perché il genere poetico è molto di “nicchia” e non credo a quante case editrici possa interessare una scrittura di questo tipo. Magari con una ricerca molto approfondita si potrebbero trovare ma, come si dice, non si è padroni del proprio destino.

Attirare l’attenzione è la cosa più difficile.

Per farsi pubblicare da un editore bisogna sottostare a delle limitazioni imposte da chi è interessato alla pubblicazione del libro. Sono da valutare con attenzione se fanno al caso nostro. Mi riferisco soprattutto a chi non è ancora uno scrittore affermato con la voglia e il desiderio di farsi conoscere.

L’importante, come dico sempre, è il rispetto che si deve avere per il romanzo o racconto scritto perché dietro quelle parole c’è tanto lavoro, tante ore dedicate a un sogno, notti insonni cercando una chiave di lettura per entrare nell’anima del lettore. Accettare delle condizioni non è un delitto ma non devono stravolgere la propria opera altrimenti non sarebbe più riconoscibile agli occhi dell’autore.

Poi c’è chi è disposto a tutto questo pur di farsi pubblicare ma è una scelta personale da rispettare.

Come dicevo ho deciso di autopubblicarmi perché, oltre ad essere un esordiente, mi ha dato la possibilità di imparare cose nuove: lavorare su l’impaginazione del libro, impostare la data della pubblicazione, rivedere alcuni aspetti in fase di rilettura (molto importante per avere un occhio critico su noi stessi).

Al di là del successo o delle copie vendute che si spera possano essere tante inizialmente si vive la grande soddisfazione di vedere la propria opera in uno store online vicino ad autori affermati. Può sembrare una piccola cosa ma è l’inizio di un percorso creativo ricco di esperienze da accumulare e di soddisfazioni.

Nel mio romanzo oltre alla versione digitale decisi di creare anche quella cartacea. Nonostante l’epoca in cui viviamo sia dominata dalla tecnologia tante persone sono legate al libro con le pagine da sfogliare. Quindi ritenevo corretto incontrare le esigenze altrui per dare una visibilità più ampia al mio lavoro.

Al momento non mi sono rivolto a case editrici per la pubblicazione. Il mio percorso di apprendimento creativo non è finito e credo non finirà mai. C’è sempre da imparare e migliorare. Rivolgersi ad un editore non lo escludo per il futuro ma deve essere una scelta pensata e ben ponderata trovando chi crede nella mia scrittura.

Ogni cosa ha il suo tempo e così anche il percorso di rendere pubblico il nostro romanzo. Come un neonato al quale bisogna dare tutto l’amore e le cure per farlo crescere in modo sano.

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Un gioco di equilibrio creativo tra istinto e praticità

Quando uno scrittore si mette all’opera soddisfa prima di tutto una voglia di esprimersi in modo naturale per arrivare nella mente e nel cuore di chi ha la passione e la disponibilità alla lettura. 

Una libertà creativa che permette di evadere da una realtà a volte opprimente fatta di problemi da risolvere o irrisolti da tempo.

Purtroppo non è come andare in un negozio dove, se non sei soddisfatto dei tuoi acquisti, c’è la formula “soddisfatti o rimborsati”. E non sempre è possibile.

La vita impone le sue regole e dobbiamo stare al gioco ma il creativo, che sia scrittore o di altro genere artistico, ha la fortuna di approdare nella sua “oasi felice”.

Nel caso della scrittura avere la voglia di raccontare una storia è la più bella evasione che si possa avere.

Qualsiasi genere di racconto serve a liberare le proprie emozioni da mettere nero su bianco senza vincoli da seguire o limitazioni.

Perché nella fase iniziale di qualsiasi processo creativo è fondamentale lasciarsi andare senza remore. Senza pensieri nocivi che possano intaccare il vostro estro creativo.

Quando ci si butta nell’azzurro del mare e farsi trasportare dalle onde. Però non basta tuffarsi, bisogna saper nuotare e restare a galla. Come succede nello sport bisogna allenarsi e darsi una buona dose di disciplina.

Un gioco di equilibrio creativo tra istinto e praticità. Perché non basta seguire l’ispirazione. Serve dare un ordine alle idee.

Un concetto quello sull’organizzazione della scrittura che ripeto spesso perché si tratta di lavoro. Puoi essere uno scrittore professionista o un semplice appassionato ma quando decidi di iniziare l’avventura di un romanzo si tratta di un impegno lavorativo che richiede la massima dedizione. La parola hobby non deve esistere in questo contesto. Non si tratta di collezionare francobolli o rilassarsi sul divano. Zero rilassamento.

La determinazione necessaria per non demordere alla prima “crisi creativa”. Succede di avere momenti in cui l’ispirazione e la voglia creativa si lasciano desiderare ma è l’occasione per passare allo step successivo: scrivere anche quando manca la “verve artistica”.

Per darci una motivazione e portare a termine il nostro libro.

Non è semplice creare nei momenti di crisi ma è uno scoglio da affrontare e superare.

Ci sono degli accorgimenti per affrontare la “tempesta creativa”:

  • isolarsi o abbracciare il caos

L’importanza di scegliere un luogo o una condizione necessaria per svolgere il vostro lavoro di scrittura. Un habitat naturale senza scorie negative. Personalmente preferisco avere attorno a me la calma e il silenzio quando mi metto all’opera dopo aver raccolto sensazioni e idee dalla realtà che mi circonda. Un panorama di creatività senza barriere.

  • darsi una tempistica nello sviluppo dei capitoli

Ogni scrittore è libero di sviluppare un capitolo nei tempi e nella modalità che preferisce ma non si può rimanere inchiodati all’infinito su una scena o un’argomentazione. Bisogna scegliere un genere di romanzo nelle nostre corde soprattutto quando si è alle prime esperienze di scrittura. Un paracadute da aprire quando si trovano difficoltà a proseguire nel racconto per evitare la “palude creativa”.

  • scrivere pulito e semplice

Farsi capire e comprendere dal ragazzino al novantenne. Come un messaggio pubblicitario diretto a vendere un prodotto, l’obiettivo di uno scrittore è arrivare a più persone possibili con diverse estrazioni sociali e basi culturali.

Terminare la stesura del romanzo è solamente l’inizio dell’avventura creativa. Con il tempo e la dedizione si possono affrontare diversi generi di racconto, pubblicare articoli o altre forme legate alla parola scritta.

Un viaggio dove si ha solamente un biglietto di sola andata perché non si è mai arrivati. 

Creatività senza fine.

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La creatività non ha età: non è mai troppo tardi per essere creativi!

Gli esami non finiscono mai. Io aggiungo che non si finisce mai di mettersi alla prova.

La creatività molto spesso è qualcosa di innato nell’animo di una persona, ma non tutti la riconoscono. Magari è nascosta e non ha mai avuto la possibilità di venire alla luce.

La vita di oggi ci fa correre a grande velocità e sembra non dare spazio a passioni e sogni. Il tempo, la vera ricchezza del giorno d’oggi.

Giustamente dopo una giornata passata in ufficio o in fabbrica, dopo la dose quotidiana di traffico intasato o viaggi sui mezzi pubblici ad incrociare sguardi assorti nei propri pensieri c’è la voglia di staccare da tutto e tutti. E questo è legittimo.

Poi c’è una vita familiare alla quale badare e che richiede il proprio spazio.

Dedicarsi a quello che ci fa bene è sempre complicato e ritagliarsi un attimo solo per noi sarebbe salutare. Non dico tutti i giorni perché non sempre è possibile ma nell’arco della settimana un angolino lo possiamo trovare.

Per me scrivere è stato prima di tutto una valvola di sfogo e un modo per attivare l’immaginazione tenendo sveglio il cervello.

Ma non è soltanto la scrittura. Può essere anche la pittura, suonare uno strumento musicale e tanto altro. E se non si hanno spiccate doti artistiche si può sempre imparare.

Come quando si va in palestra per avere un bel fisico anche la creatività necessita di allenamento. Un muscolo creativo sempre reattivo.

E non ha importanza l’età, è solamente un numero.

Esprimersi artisticamente non è solo la ricerca di una propria realizzazione personale ma è anche una porta aperta verso un mondo nuovo troppe volte tenuto nascosto e che è presente più di quanto si possa immaginare.

La creatività come espressione di noi stessi per una nuova consapevolezza. Per provarci sempre e non avere rimpianti.

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L’importanza della rilettura e della fase di correzione nella stesura del tuo primo romanzo

Questa è una fase molto delicata per la riuscita del vostro romanzo.

Credo che questo lavoro non vada fatto solamente al termine della scrittura del racconto ma quando finisce un capitolo.

Tutto ciò è utile per verificare il passaggio di continuità tra i vari capitoli per dare un filo logico alla storia. Sicuramente creare colpi di scena è molto creativo e servono per arricchire la vostra scrittura ma deve essere credibile agli occhi del lettore per non andare “fuori strada” nella lettura.

Inoltre rileggere il capitolo è un esercizio importante per capire i propri errori o perfezionare alcuni aspetti che in fase di stesura potrebbero sfuggire.

Ovviamente quando si conclude la scrittura del libro è un momento di grande soddisfazione perché si porta a termine qualcosa di desiderato e sognato. Un obiettivo raggiunto con questa formula: ideato+scritto=realizzato.

Può sembrare banale ma non è così. Non sempre quello che si ha in mente viene poi concretizzato quindi godetevi questo primo obiettivo raggiunto.

In fase di rilettura è bello notare l’evoluzione della vostra scrittura dai primi capitoli fino all’epilogo finale: è una sensazione di un percorso portato a termine.

Ma oltre ai nostri occhi è necessario averne altri due per una revisione ancora più approfondita? Un’altra persona che legge il nostro romanzo appena nato?

Ognuno ha un proprio modo di porsi: chi preferisce fidarsi solo del proprio giudizio quasi “ingelosito” dal giudizio di un esterno e chi invece ritiene positiva la visione altrui per avere semplicemente un parere o un confronto di idee.

Vi posso dire che nel mio caso, oltre ad una personale rilettura, mi sono affidato ad una persona di mia fiducia per alcune correzioni o imperfezioni. Attenzione però, quando affidiamo il nostro lavoro alla visione di un occhio esterno deve essere competente in materia.

Potete far leggere la vostra prima stampa a familiari, amici, conoscenti, mogli o amanti ma potrebbero cadere in un errore: essere condizionati nel loro giudizio. 

Magari per non ferire la vostra sensibilità tenderebbero a nascondere qualche aspetto da correggere. Perciò trovo utile affidarsi a chi sia libero da ogni pensiero di riconoscenza ma essere sincero e concreto nella rilettura. Anche severo se necessario.

Alla base ci deve essere il rispetto della vostra opera. Sono utili e necessari gli accorgimenti al racconto ma non è il libro di qualsiasi persona: è il vostro romanzo.

Non va mai dimenticato.

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