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Quegli Strani Incontri

È il giorno di Natale.
 

Paolo si sveglia nella sua abitazione e si stropiccia gli occhi per riprendere contatto con il mondo. Alzandosi faticosamente dal letto, si avvicina alla finestra della camera per alzare la tapparella e illuminare la stanza con il sole invernale. Davanti ai suoi occhi si presenta un paesaggio ghiacciato, tipico di fine dicembre dopo una nottata di gelo.

Si appresta a trascorrere la giornata di festa a casa dei genitori di Lucia, la sua fidanzata.

La suoneria del cellulare fa da sottofondo musicale, accompagnata dai messaggi di lei che gli intimano di essere puntuale e di passare a ritirare il dolce natalizio per i “quasi” suoceri.

Paolo si prepara riordinando la stanza, in preda a un disordine molto personale, dove però si trova a proprio agio: una sorta di mondo parallelo in cui solo lui riesce a raccapezzarsi.

A qualche chilometro di distanza, Rebecca sta dormendo in macchina, ancora nel suo abito di scena, dopo una notte turbolenta. Lo spettacolo della sera precedente e, soprattutto, il litigio con il suo “compagno” — sposato, con figli, e promesse mai mantenute — le hanno rovinato la vigilia natalizia.

L’auto è parcheggiata sul ciglio della strada, con il motore appena acceso per scaldare l’abitacolo. Paolo si appresta a partire. Non sa ancora che il suo Natale sarà diverso dal solito. Più di quanto possa immaginare.

Tutta colpa di quello stronzo!

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Rebecca, infreddolita nelle calze a rete e con una pelliccia come giubbotto, legge i messaggi dell’amante senza alcun trasporto, ma con un crescente risentimento. Non vuole più vivere nella menzogna e nella precarietà sentimentale.

E adesso come faccio ad andare via da qui?


L’automobile “presa in prestito” non parte più, e nei dintorni non c’è anima viva a cui chiedere aiuto.

Il primo che passa lo fermo, anche se fosse un maniaco.

L’autoradio accesa accompagna il tragitto verso casa dei futuri suoceri. In lontananza, Paolo nota una macchina accostata. Una ragazza scende e, vedendolo arrivare, gli si fa incontro.

Scusa, scusa, ho bisogno di aiuto e non so come fare!
D’accordo ma… come posso aiutarti?
La mia macchina non parte più e… insomma… ho passato qui tutta la notte e non vorrei bruciarmi il Natale.
Non sono un esperto di motori, ma posso provare a dare un’occhiata.

Paolo apre il cofano dell’auto, ma è solo un gesto di cortesia. Non sa dove mettere le mani.

Non hai un libretto delle istruzioni?
Beh… forse nel cruscotto, guardo subito.

Rebecca, distrattamente, nel porgerglielo non si accorge di avere in mano anche il libretto di circolazione. Paolo, per caso, legge il nome del proprietario.

Non credo tu ti chiami Luigi.

Lei capisce di essere stata scoperta e ammette:

In realtà non è la mia macchina. Non l’ho rubata. Diciamo che l’ho presa in prestito da un bastardo.

Paolo ascolta, confuso, ma capisce di non poter fare nulla per farla ripartire.

Mi dispiace non poter essere utile come meccanico, ma…
Senti, lo interrompe Rebecca con una proposta indecente, ti chiedo un grosso favore. Mi potresti accompagnare a casa dei miei genitori? Mi aspettano per festeggiare e non saprei come arrivarci.

Va bene, ma facciamo presto che ho da fare, risponde Paolo, guardando l’orologio.

Ti ringrazio. Grazie davvero… aspetta che recupero le mie borse.

Rebecca si affretta. Il motore si accende e, una volta salita in macchina, partono insieme.

Dopo qualche minuto di silenzio, si rompe il ghiaccio.

— Come mai passavi da queste parti? È una strada piuttosto isolata.

— Devo passare il Natale a casa dei genitori della mia fidanzata e ho fatto questa deviazione per accorciare i tempi.

— Per fortuna direi, altrimenti non so cosa avrei potuto fare.

— Ma tu invece come hai fatto a trovarti con la macchina in panne?

— Non farmici pensare. Vengo da una serata di lavoro non troppo bella.

Paolo, con la coda dell’occhio, nota i vestiti di lei che possono ricordare un “certo” tipo di lavoro.

— Cioè… in cosa consisterebbe il tuo lavoro… o forse il tuo servizio? chiede, visibilmente imbarazzato.

— Servizio? Beh, in effetti devo soddisfare il pubblico.

— Perché… lo fai in pubblico?

Rebecca lo guarda perplessa.

— Facendo l’attrice ho un pubblico davanti!

— Ah… ora ho capito. Scusami, ma per un attimo ho pensato che…

— Che facessi la mignotta.

— No… non mi permetterei.

— Tranquillo. Potrebbe sembrare, ma sono vestiti di scena. Diciamo che non ho avuto la possibilità di cambiarmi. Ma è una lunga storia. Già che siamo in argomento, tu invece nella vita di cosa ti occupi?

— Faccio l’insegnante alle scuole superiori.

— L’insegnante? Io della scuola non ne voglio più sapere. Da quando mi sono diplomata alla De Amicis, per me è un capitolo chiuso.

— Anch’io ho frequentato la De Amicis, ma… non ci siamo ancora presentati. Mi chiamo Paolo.

— Io Rebecca. Ti chiami Paolo!?… Ma eri in classe con Andrea Falchi della quarta B? Ero fidanzata con lui, un mezzo sbandato.

— Sì, eravamo nella stessa classe. Adesso mi ricordo di te. Rebecca del secondo anno, eri tra le più belle della scuola, se non la più bella.

— Mi fosse servita tutta questa bellezza… Sempre con tipi sbagliati, e crescendo non ci sono stati miglioramenti. Però che strana la vita. Non c’è anima viva in giro e chi trovo? Un ex alunno del liceo.

Il cellulare continua a vibrare con i messaggi di Lucia.

— Sei molto richiesto.

— Deve essere la mia fidanzata. Diciamo che ci tiene.

— O forse un po’ ossessiva.

— Beh… diciamo che…

— Ossessiva. Non vuoi dirlo ma lo dico io. Ossessiva. Ah, guarda che siamo quasi arrivati. Gira alla prima a destra, duecento metri e siamo dai miei.

Avvicinandosi alla casa dei genitori, Rebecca dice a Paolo di fermarsi.

— Non posso presentarmi così. Mi devo cambiare. Ti dispiace scendere? Il tempo di sistemarmi e ti lascio andare.

Paolo aspetta paziente fuori dall’auto. Guarda l’orologio e, con la coda dell’occhio, sbircia dentro l’abitacolo senza farsi notare.

Se lo sapesse Lucia mi ammazzerebbe, pensa tra sé e sé.

Rebecca bussa al vetro e gli fa cenno di rientrare.

— Scusami per il disagio, sei stato troppo gentile.

Pochi metri e arrivano davanti a casa dei genitori di Rebecca. Sul ciglio della strada, mamma e papà attendono trepidanti.

— Finalmente sei arrivata, eravamo in pensiero.

Nel frattempo Paolo prende dall’auto le borse della ragazza.

— E lui?

Rebecca, in leggero imbarazzo, guarda Paolo e, rivolgendosi ai genitori, ha un’idea sconvolgente.

— Lui è… lui è Luigi, il mio compagno.

Paolo la guarda con uno sguardo tra il sorpreso e lo stupito.

— Ah, ma lui è il famoso Luigi. Rebecca ci ha parlato molto di te.

Una classica famiglia medio-borghese: questi sono Angela e Mario. Lei, ex infermiera; lui, agente immobiliare in pensione. Gentili e ospitali, ma con una velata invadenza.

— Ma guarda che gentiluomo, ti porta anche le borse.

— Eh sì, è proprio un tesoro.

Con un sorriso e uno sguardo d’intesa, Rebecca fa cenno a Paolo di stare al gioco.

Seduta su una vecchia poltrona c’è la prozia Agata, un’anziana signora con l’apparecchio acustico, non sempre funzionante. Rebecca le presenta Paolo, il quale viene squadrato dalla testa ai piedi senza ricevere né cenno né saluto.

Con il bastone fa capire alla nipote di avvicinarsi.

— Questo almeno è ricco?

— Beh… credo… cioè… è un produttore.

— Ricordati che è più importante quello che ha in banca. Dura di più di quello che ha in mezzo alle gambe.

Interviene Angela:

— Ma prozia! Non è il caso. Scusaci, è fatta così.

Paolo non riesce a proferire parola, talmente è frastornato dalla situazione. Si ritrova a essere un’altra persona, con un altro nome. L’unica cosa che riesce a fare è un sorriso, a metà tra l’imbarazzato e l’idiota.

— E così, Luigi, lavori nel cinema?

Si avvicina un signore robusto, oltre la cinquantina, con un alito che “profuma” di vino: è Franco, lo zio, fratello di Mario.

— Esattamente, si occupa di teatro, lo corregge Rebecca.

— Teatro o cinema poco importa. Allora dimmi: quanta figa ti è passata davanti?

— Adesso basta presentazioni. Luigi, accompagnami di sopra, devo sistemare le mie borse.

Rebecca lo prende per mano e sale le scale.

— Ti rendi conto della situazione in cui mi hai messo?

— Shhh… non farti sentire. Ti prego, reggimi il gioco.

— E come faccio? Mi chiedi di essere una persona che nemmeno conosco.

— Non posso dare ai miei questa delusione. Gli avevo promesso che non sarei arrivata da sola… e poi che ci posso fare se il vero Luigi si è comportato da stronzo?

— E quindi? Devo andarci di mezzo io?

Dalla tasca di Paolo vibra il cellulare.

— Questa è Lucia. Sarà incazzata nera. Ti ricordo che devo passare il Natale da un’altra parte. Non posso rimanere.

— Ma mi vuoi rovinare? Mamma e papà ci tengono troppo. E poi la tua fidanzata… beh, diciamo che capirà.

— Capirà cosa? Che anziché stare con lei sono a casa di estranei? Tra l’altro, se mi fanno domande sul lavoro di questo Luigi, come faccio a dare risposte? Faccio l’insegnante e di produzioni non so un accidente.

— Potresti usare un po’ di creatività.

— Ma sei impazzita? Io me ne devo andare, io…

— Ragazzi, venite, è quasi pronto in tavola. Ed è arrivata anche Ginevra.

La madre di Rebecca interrompe la discussione.

— Mia sorella. Mi raccomando, comportati bene. Lei è molto attenta… per deformazione personale.

— Che tipo di deformazione?

— Lo capirai. Dai, andiamo.

Ginevra è una stimata psicologa. Da sempre intuisce i segreti della sorella con un semplice sguardo. Rebecca le va incontro, l’abbraccia. Saluta anche il marito Claudio e il nipotino Roberto.

— Ti presento Luigi.

Ginevra stringe la mano a Paolo con uno sguardo diffidente.

— Non credo di piacerle, sussurra Paolo a Rebecca.

— Venite… è pronto in tavola.

A pochi chilometri di distanza, Lucia è disperata.

— Perché non risponde quel cretino?

— Te l’ho detto. Lascialo perdere, quell’inaffidabile.

— Papà, ti prego. Ci penso io.

Intanto, Paolo vede il nome della fidanzata lampeggiare sul telefono.

— E adesso cosa faccio?

— Cosa stai facendo?
 

Robertino, seduto accanto a lui, nota il suo armeggiare.

— Niente… pensavo di aver perso qualcosa.

— Ma se stai guardando il telefono.

— Robertino, non lo disturbare. Stai seduto composto, lo riprende Ginevra.

— Avrei bisogno di assentarmi un attimo. Dov’è il bagno?

— Sali le scale, la prima porta a destra.

Paolo/Luigi lascia il tavolo. Una scusa per poter chiamare Lucia. Franco, intanto, bisbiglia al fratello:

— Lo so io perché va in bagno. Quello va a farsi…

Indica il naso con l’indice.

— Piantala, non farti sentire, lo rimprovera Mario.

— Sarà, ma per me è così.

Nella foga di salire, Paolo inciampa sull’ultimo gradino e atterra faccia a terra.

— Ma tu guarda in che situazione mi trovo… e che figura di merda.

Chiude a chiave la porta, apre il rubinetto per coprire la voce e chiama.

— Cretino! Ma dove sei finito?
— Lucia posso spiegarti… è che…
— Non riesco a sentirti. Dove ti trovi?

Chiude il rubinetto.

— Sono… ehm… alla stazione di servizio. Ho bucato una gomma. Proprio oggi, mai successo in vita mia.

— E quanto ci vuole? Qui ti stiamo aspettando tutti.

— C’è un sacco di gente… strano, a Natale dovrebbero essere tutti a tavola a quest’ora…

— Non mi interessa degli altri. Sbrigati ad arrivare.

— Farò il possib…

Dall’altra parte: chiamata chiusa.

— Ma perché, perché, perché…

Si sente bussare.

— Ehi, tutto bene? chiede Rebecca, preoccupata.

— Bene non direi. Ho sentito Lucia. Mi sono inventato una scusa per tranquillizzarla, ma non credo di esserci riuscito.

Lei lo osserva, notando lo sconforto.

— Mi dispiace averti creato tutti questi problemi. Non volevo metterti in difficoltà, ma non sapevo cosa fare. Ho visto i miei e d’istinto ho inventato la nostra relazione.

— Però io non sono bravo a recitare. E se mi fanno domande sul lavoro? Cosa dico? Ti rendi conto dell’imbarazzo?

— A questo ci penso io. Ricordati che sono un’attrice, qualcosa vorrà pur dire. Dai, adesso torniamo dagli altri.

Paolo segue Rebecca, nel vortice d’ansia di chi teme di farsi scoprire… e con una fidanzata in piena crisi dall’altra parte del telefono.

Tra un piatto di lasagne e un cappone ripieno, Paolo si sforza di digerire qualcosa. I suoi occhi osservano con attenzione sguardi e atteggiamenti dei commensali.

Angela e Mario, come una coppia anni ’50, intenti al benessere familiare.
Ginevra, che lo scruta con aria analitica.
Lo zio Franco, già rosso in volto per il vino.
La prozia Agata, persa nel suo mondo, con l’apparecchio acustico funzionante a intermittenza.

— E la prossima tournée di primavera? domanda Mario a bruciapelo.

— Dice a me!? risponde Paolo, con una goccia di sudore che gli scende dalla fronte.

— E chi se no… Rebecca ce ne aveva accennato. Ma sai, nostra figlia fa la misteriosa.

— E non solo con voi, mormora Paolo, a voce così bassa da non farsi sentire.

Nonostante sia un insegnante, abituato alle interrogazioni, si sente come un alunno colto alla sprovvista, circondato dagli sguardi silenziosi dei compagni in attesa.

Solo che, stavolta, non c’è una lezione da ripetere. Bisogna improvvisare.

Fortunatamente, Santa Rebecca interviene:

— Ma papà, lascialo tranquillo almeno a Natale. Il lavoro dimentichiamocelo, vero Luigi?

— Sì sì, proprio dimenticato.

Sul volto di Paolo compare un finto sorriso, come quello forzato davanti all’obiettivo di una macchina fotografica.

Ginevra si alza per dare una mano a sparecchiare. Si avvicina a Paolo e lo invita a seguirla:

— Così conosco il futuro cognatino.

Dopo uno sguardo a Rebecca, che annuisce, Paolo la segue in cucina.

— Adesso mi dici chi cazzo sei?

— Come?

— Hai sentito bene. Che cazzo c’entri con mia sorella? Tu non lavori con lei, non ti chiami Luigi e non sei il suo fidanzato. Come ci sei finito qua?

Paolo si prende un attimo.

— È vero. Non mi chiamo Luigi e non sono il suo fidanzato. Le ho solo dato un passaggio. Poi lei mi ha presentato come il suo compagno per non deludere i vostri genitori.

— Ecco, questo è il punto. Non vanno delusi. Rebecca ha sempre trovato uomini sbagliati, ed è un cruccio per mamma e papà. Non so perché, ma tu hai fatto una buona impressione. Stai al gioco… anche perché vi aspetta una sorpresa.

— Una sorpresa?

— Sì, una sorpresa. Ma non azzardarti a dire qualcosa a lei. Acqua in bocca.

Paolo torna a tavola per il dolce finale. Rebecca lo guarda leggermente interdetta.

— Tutto ok? Cosa ti ha detto Ginevra?

— Nulla di che. Voleva semplicemente conoscermi.

Risposta banale, ma utile a nascondere il tumulto interiore. Dalla tasca estrae il telefono: una sfilza di chiamate perse e un messaggio in evidenza.

Non farti più vedere!

In poche ore è passato da una relazione stabile a una finta storia assurda e grottesca. Mentre sorseggia il caffè, riflette: forse la sua felicità era finta quanto quella messinscena.

Una felicità più falsa di quella recita familiare, eppure… così accogliente. Persone mai viste lo avevano ricevuto con calore.
E sentirsi Luigi, in fondo, non era poi così male.

Rebecca gli aveva spalancato il suo mondo. Senza volerlo, gli aveva regalato una ventata d’aria fresca, come aprire le finestre in una mattina di primavera.

Papà Mario, con un tintinnio sul bicchiere, cattura l’attenzione di tutti.

— E ora prendiamo i nostri cappotti e andiamo qui vicino per una sorpresa. Ma non voglio dire di più.

Paolo ricorda le parole di Ginevra e incrocia il suo sguardo da cane da guardia.
L’allegra famigliola si incammina verso una villetta poco distante.

— Ragazzi, questo sarà il vostro nido d’amore!

Una casa ristrutturata, grazie alle conoscenze di Mario, ex agente immobiliare. Un regalo di Natale per la figlia e il futuro genero.

Applausi. Richiesta di bacio.
Rebecca, attrice navigata, non esita: lo bacia.

Lo zio Franco si avvicina a Paolo e gli tocca il pacco.

— Fallo funzionare, eh!

La prozia Agata, ignara, chiede spiegazioni.
Ginevra e il marito fanno le congratulazioni.
Robertino vuole entrare in casa, incuriosito.

Paolo non crede ai suoi occhi. In un giorno è passato da una fidanzata dispotica a una nuova casa con una donna appena conosciuta.

Poi si ricorda: in macchina c’è ancora il dolce natalizio. Non sa in che condizioni sia, ma lo prende per regalarlo ad Angela e Mario, come ringraziamento.

Si è fatto tardi. Volti stanchi, ma sorridenti, dopo un Natale passato insieme.
Paolo ha dimenticato il ruolo da interpretare. Saluta i “suoceri” con affetto. Con Rebecca si avvia alla macchina.

Appena partiti, nel silenzio… lei esplode a ridere.

— Lo so che dovrei scusarmi per i casini che ti ho creato… ma mi sono troppo divertita… ah ah ah!

Lui sorride, ormai disteso.

— E con la tua fidanzata?

— Lucia ormai me la posso scordare. A pensarci bene… non so se mi dispiaccia. Forse è meglio così.

Rebecca gli accarezza il viso.

— Ma il bacio? Un bacio finto da attrice! Sono stata brava?

— Non mi sembrava tanto finto.

— Sai… sono trucchi del mestiere.

Entrambi si lasciano andare a una risata. Liberatoria.
Dopo una giornata folle. E incredibilmente vera.


FINE

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Anime Perdute

Una mattina come tante. 

L’ufficio avvolto dal fumo dell’ultima sigaretta, una delle tante della giornata. Fascicoli di casi da risolvere senza una soluzione apparente.

La segretaria occasionale accoglie due persone di mezza età, un uomo ed una donna. 

Due genitori spaventati.

“Ci siamo rivolti alla polizia ma le ricerche non hanno portato a nulla. Tutto a causa di quei maledetti.”

“Chi precisamente?”

“Una setta. Universitari ma sono una setta. Ci hanno chiesto dei soldi per riavere la nostra Elisabeth ma abbiamo poche disponibilità.”

Steve non era solito ad occuparsi di persone scomparse. Gli omicidi erano la sua specialità visto il suo passato da poliziotto. Ma gli occhi di quei due individui gli avevano trasmesso qualcosa. 

Elisabeth ha gli occhi innocenti e lentiggini che la rendono ancora più bambina.

Le sette erano un fenomeno diffuso in città. Erano legate ad ambienti finanziari ed economici. L’università … poteva essere collegata a qualche bravata da studenti. Il suo fiuto annusò che sotto c’era qualcosa di grosso. Di molto grosso.

“Sei convinto di prendere questo caso?” 

La voce di Michael era inconfondibile, così come il mantello posticcio da Superman che gli cingeva le spalle.

Era la sua coscienza sensitiva e visiva. Un ex scaricatore di porto che aveva girato i sette mari. Quel mantello da supereroe ormai liso lo aveva rubato da un negozio di noleggio costumi teatrali dopo una sbronza delle sue. Nonostante l’aspetto poco affidabile si era rivelato sempre di grande aiuto per Steve. 

Un’arma segreta invisibile. Solo lui poteva vederlo e sentirlo.

“Quella ragazza mi ricorda molto una mia cotta giovanile. Mi trovavo ad Hong Kong. Avevamo attraccato e ci saremmo fermati in quel porto per qualche giorno. Non capivo una parola di quello che diceva ma rimasi colpito dalla sua spontaneità … soprattutto a letto. Molto generosa. Non mi fraintendere, non era una poco di buono ma sotto le lenzuola ci sapeva fare. Era delicata.”

“Cazzo dici … adesso mi appari per raccontarmi le tue avventure amorose? C’è una ragazza da ritrovare.”

“Mi meraviglio di te che non ci sei ancora arrivato. Una studentessa universitaria presa da un branco di stupidi ragazzetti. Si fanno chiamare setta ma sono solo figli di papà. Non possono averla nascosta in città, troppo scontato e facilmente rintracciabile. Pensaci: una fattoria dà meno all’occhio …”

Steve, poco avvezzo alla tecnologia, decise di fare una breve ricerca al telefono. Iniziò a chiamare i numeri presenti in rubrica. Non sono molte le fattorie fuori città, pensò. 

“Green” era rimasta abbandonata dopo che il proprietario, un anziano italoamericano, era passato a miglior vita in un disastroso incidente d’auto. Nessuno si interessò ad acquistare quel terreno e spesso la fattoria venne bersagliata da vandali occasionali in preda ai fumi dell’alcol e delle sostanze.

Dopo una mezz’ora di macchina, Steve arrivò all’edificio abbandonato. Una insegna cascante e rovinata dal tempo. Erbacce alte che ne ostruivano l’ingresso. 

E nel silenzio della natura delle chiare grida strozzate.

Entrando nel capannone salì le scale di legno con molta calma per paura che potessero crollare. Immersa in cumuli di fieno spuntava una ciocca di capelli rossi. 

Erano i capelli di Elisabeth. 

Steve la rassicurò, togliendole con delicatezza la benda stretta troppo forte sulla sua bocca. 

“Chi ti ha portato qui?”

“Dei ragazzi, non so chi. Ero bendata e legata.”

“Sono stati quelli del laboratorio scientifico. Sono loro i colpevoli.”

Michael nel suo essere ologramma poteva spostarsi senza problemi alla massima velocità. Aveva rintracciato i malviventi intenti a proseguire il loro piano diabolico. Vivisezionare esseri umani dopo averlo fatto con animali. E il tutto per un ingente ritorno economico. Vendita di organi sul mercato nero. “Con questa gente non si scherza, amico mio.”

La notizia divenne immediatamente di dominio pubblico in città. I ragazzi provenivano da famiglie ricche famose per opere di beneficenza presto trasformatesi in coperture ben congegnate per coprire traffici loschi ed appalti truccati.

“Per ringraziarmi potresti offrirmi un sigaro. Non sai da quanto tempo non fumo. Tanto sono un fantasma, che male può farmi?”

Steve senza proferire parola prese un paio di sigari che aveva sulla scrivania. Li lanciò a Michael il quale sparì in attesa della prossima avventura.

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Amore puro

Anna è una studentessa lontana da casa per realizzare il suo sogno: laurearsi in architettura.

Bologna è una città dove ha trovato accoglienza e soprattutto un amore inaspettato.

Claudio è il nome di colui che ha fatto breccia nel suo cuore. Si trova nei pressi della città intento a svolgere i mesi di servizio civile legato ai beni culturali.

Dove si sono conosciuti è il ritrovo serale degli universitari per stringere rapporti o condividere esperienze.

Essendo un luogo piuttosto frequentato e affollato, la conoscenza tra Anna e Claudio non è stata immediata o scontata.

Frasi di circostanza come saluto tra bicchieri di birra o fumo di sigarette che davano un’atmosfera noir alle serate.

Grandi sorrisi facevano da contraltare ad una timidezza caratteristica di entrambi. Quasi a voler rompere il ghiaccio di una forte simpatia pronta per sbocciare.

Ho visto che vieni spesso in questo posto” provò Claudio ad imbastire un minimo di dialogo.

In effetti lo conosco bene grazie alle mie amiche anche se a volte gradirei un po’ di tranquillità e meno caos.”

La mia moto è qui fuori. Se ti fidi ho il posto che fa per te e me.”

“Mmm….ma sì dai.” Mollano amici e conoscenti senza dire nulla e se ne vanno.

Notte stellata fa da cornice al breve viaggio su due ruote verso il luogo congeniale al loro stato d’animo.

Ok siamo arrivati” disse Claudio fermando la moto.

Prenotato il tavolo verde per lei” disse scherzando per alleggerire il piccolo disorientamento di Anna.

Quadro di una collina bolognese effetto notte. L’ambientazione dava ispirazione artistica.

Raggiungi la Luna con un dito” è la scritta di un albero che rende l’idea della sensazione d’immenso data dal luogo.

Siamo solo noi e nessun altro” dopo un timido tentativo tra i due scatta il bacio.

Tanti rumori della natura fanno da sottofondo ma senza disturbare.

Una notte come inizio della loro storia, senza pretese o forzature.

Vorrebbero fermare il tempo e cogliere quell’attimo per non lasciarlo andare via.

Zero stress ma solo la voglia di stare insieme lasciando che il mondo urli.

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Dialogo con Leo

– Ciao Leo, come stai?

– E tu chi sei? Non sei il mio papà.

– No, non sono tuo padre, ma ti conosco meglio di lui, sono te tra qualche anno.

– Mi stai prendendo in giro?

– No, non lo farei mai, sono venuto a cercarti perché avrei voglia di dirti delle cose, non voglio farti prediche o insegnarti qualcosa anche perché pure io ho ancora tanto da imparare. Ecco, con questo mi sento di dirti di non perdere mai la voglia di imparare, di essere curioso e di stupirti delle cose. Noi adulti spesso ce ne dimentichiamo.

– In questi giorni con la maestra stiamo imparando a leggere e scrivere. Mi piace unire le lettere dell’alfabeto per fare delle parole, mi diverte.

– Ma dimmi una cosa, a te la maestra fa paura?

– No, anzi! Con noi è molto brava e gentile.

– Sai perché ti chiedo questo? Per te è la prima volta che ti trovi di fronte ad un’autorità che non siano i tuoi genitori. Ne troverai tante nel corso della tua vita ma non ti deve preoccupare. Così come non devi temere la paura. La gente a volte si vergogna di avere paura ma dopotutto è la sorella minore del coraggio, ti aiuta a non essere superficiale e, se la prendi nel modo giusto, non ti ostacolerà ma ti aiuterà.

– Senti zio, mi accompagni a prendere un gelato?

– Certo, vedi? Questa è una delle cose che accomuna tutti, grandi e piccoli.

Lo zaino sulle spalle, quaderni grandi dove imparare a scrivere e iniziare il tuo percorso di vita e conoscenza.

Caro Leo, conservali con cura quando sarai grande, saranno per sempre una parte di te.

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Ragazza misteriosa

È una mattina come tante altre, il buongiorno viene dato dai raggi del sole che entrano dalle finestre illuminando la casa e che accompagnano quel profumo di caffè che aiuta a risvegliarsi e ad iniziare una nuova giornata.

All’improvviso suonano alla porta, davanti a me si presenta una ragazza, capelli neri raccolti, carnagione olivastra, stivali di pelle e sguardo che difficilmente si può dimenticare. “Ci conosciamo?” le domando incuriosito e un po’ pensieroso cercando di trovare qualche riscontro dal passato. “Certo che ci conosciamo, è da una vita che stiamo insieme ed io so tutto di te, sono il tuo lato sensibile.”

Io non riesco a proferire parola, davanti mi trovo una persona che non ho mai visto ma che, evidentemente, sa tante cose di me per non dire tutto e questo mi spiazza.

La invito ad entrare e la faccio accomodare sul divano anche se mi dà l’impressione che si muova come se di quella casa conosca tutto.

“Lo so che sei sorpreso nel vedermi e ti domanderai perché sono qui, sono venuta per aiutarti”.

La parola aiuto fa tornare alla mente le difficoltà, le delusioni e le paure del passato, la voglia di realizzarsi ma non riuscirci, il carattere chiuso che spesso ha fatto da freno alla voglia di fare ed emergere.

A volte la sensibilità viene vista quasi come una debolezza, come sintomo di mancanza di carattere ma non è così.

Il messaggio che lei vuole darmi con la sua presenza è non solo di riflettere su sé stessi ma di agire, agire, agire e non fermarsi davanti agli intoppi che si possono presentare.

Io la abbraccio e la stringo tra le braccia come ad una ragazza alla quale si vuole bene, ti dà quel calore anche quando il gelo di certi stati d’animo sembra prevalere.

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Sensazioni

L’orologio suonava la mezzanotte, una tazza di caffè per restare sveglio e la schermata del computer ancora da riempire di parole.

Questa notte l’ispirazione vuole farsi desiderare come se fosse una donna da conquistare.

“Quasi quasi esco a prendermi una boccata d’aria” pensava mentre guardava fuori dalla finestra.

Niente auto, meglio fare quattro passi per godersi la città che sembra farsi cullare dalla luminosità delle stelle.

Gli unici rumori che si sentono sono quelli dell’acqua che sgorga da una fontana situata nel centro della piazza e di un gruppo di ragazzi che giocano a pallone in mezzo alla strada.

Ad un certo punto si avvicina a loro per chiedere se poteva giocare e si getta nella mischia di quella partita improvvisata.

Una volta rientrato a casa era quasi l’alba e in mezzo a tutte le mille cartacce presenti sulla sua scrivania trova una fotografia di una ragazza americana che aveva conosciuto circa cinque anni fa in un viaggio in Spagna.

Sembrerà strano, un’americana in Spagna, ma è proprio così perché si trovava lì per motivi di studio, forse di letteratura se non ricordava male.

Si erano frequentati per qualche giorno prima che lei facesse ritorno nel suo Paese, le piaceva anche se non aveva avuto la possibilità di conoscerla meglio.

Gli venne in mente un’idea: andarla a trovare. Era passato un po’ di tempo, sapeva che viveva nel Wisconsin e poco altro ma voleva partire anche per cogliere l’occasione di staccare dal lavoro.

Faceva lo scrittore con un discreto successo anche se le esigenze editoriali lo imprigionano per come è la sua indole.

Entro pochi giorni deve consegnare le bozze della sua ultima fatica nonostante sia in ritardo con i tempi della composizione.

Si mise a sedere ed incominciò a riflettere sulla sua vita, se fosse davvero indispensabile tutta quella frenesia che lo circondava, quasi a cancellare cose più semplici ma importanti per l’esistenza di una persona come frequentare gli amici oppure innamorarsi.

Decise di voler essere padrone del suo destino, ultimare questo racconto da sbattere in faccia all’editore e partire per l’America per raggiungere Emily, un nome che ormai gli era ritornato in testa.

Nei giorni successivi scriverà le ultime pagine del libro lavorando intensamente giorno e notte per rispettare la scadenza.

Al momento della consegna delle bozze, chiese all’editore di poter prendere una pausa dal continuo lavoro per poter ritrovare se stesso e la sua tranquillità.

In un primo istante il suo interlocutore fece una faccia come se gli avesse chiesto di andare su Marte ma con un minimo di sensibilità, cosa rara per un tipo come quello, decise di venirgli incontro avvertendolo però di non abituarsi troppo alla “disoccupazione”.

“Il solito stronzo” pensò ridendo mentre usciva dall’ufficio.

Finalmente poteva dedicarsi al viaggio, prenotare il biglietto aereo e preparare le valigie.

Prima di tutto ciò volle andare a trovare i suoi genitori che vivevano fuori città nella tranquillità del verde della campagna.

Dopo una bella cavalcata per tutta la mattinata e un pranzo sostanzioso, non il solito panino come si fa nella metropoli, riferì a mamma e papà la sua prossima partenza, cercando di trovare conforto nelle loro parole perché i cambiamenti galvanizzano ma allo stesso tempo spaventano per l’imprevedibilità del loro esito.

Con una chiacchierata distensiva si chiarì le idee e trovò il sostegno dei suoi cari, prendendo le raccomandazioni della mamma di non prendere freddo, un classico.

Arrivò il giorno della partenza con la speranza nel cuore di ritrovare Emily e, chissà, per una nuova dimensione di vita.

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Racconti

Azzurro

L’acqua è un elemento fondamentale nella nostra vita, è parte del nostro organismo e quando ne sentiamo il bisogno ci disseta.

Tuttavia può anche rappresentare qualcosa che ci incute timore o addirittura paura.

Ne sa qualcosa Leonardo quando da piccolo, con l’aiuto di suo padre, voleva imparare a nuotare ma era spaventato da quella “cosa” che ondeggiava e non stava ferma.

La presenza di papà era importante per lui, la sua mano forte pronta ad afferrarlo e sostenerlo quando rischiava di finire sott’acqua, un’immagine come metafora di vita.

Puoi avere tanti amici o conoscenti ma quando ti trovi in difficoltà o hai bisogno di un sostegno lo trovi in chi ti conosce da sempre.

La vita di Leonardo è stata come un treno in piena corsa senza fermate intermedie, l’università portata a termine con lode, un master negli Stati Uniti e, tornato in Italia, l’assunzione presso un importante studio di architettura.

Sono soddisfazioni che hanno riempito la sua esistenza ma non quanto la nascita di sua figlia Beatrice, la gioia più grande nata da un matrimonio finito male.

I rapporti con la ex moglie sono tornati sereni dopo che per tanto tempo si parlavano tramite avvocati, una separazione dolorosa che però gli ha permesso di riordinare le priorità della sua vita.

Il lavoro non era più al centro dei suoi pensieri, aveva bisogno di tornare a “respirare”.

Tramite un suo cliente aveva comprato una casa a pochi passi dal mare, era diventato un rifugio quando voleva staccare da tutto e tutti.

La mattina era solito passeggiare sulla spiaggia, i piedi accarezzati dall’acqua e in sottofondo il verso dei gabbiani come compagni di viaggio.

Era uno dei pochi momenti della giornata dove non portava con sé il telefono, sempre tempestato di chiamate e messaggi di lavoro anche in vacanza ma in quella mattinata aveva come un presentimento, un qualcosa che sentiva dentro di sé e, contro le sue abitudini, prese il cellulare.

Mentre era seduto sopra uno scoglio ad assaporare la brezza marina vede illuminarsi il display del telefono con il nome Beatrice.

“Ciao tesoro, che bella sorpresa, come stai?”

“Ciao papà, sto bene ma mi manchi tanto, avevo voglia di sentirti.”

“Anche io amore sento la tua mancanza, sono stati mesi molto intensi ma ci vedremo presto… anzi, io mi fermerò qui ancora per qualche giorno, se la mamma è d’accordo perchè non mi raggiungi? Dopotutto la scuola è finita, così possiamo fare ancora le nostre nuotate”.

“Sarebbe bellissimo, così passeremo un po’ di tempo insieme”.

“Ne parlerò con la mamma, mi raccomando fai la brava e non vedo l’ora di abbracciarti.”

“Anche io, ti voglio bene papà, a presto.”

“Un bacio tesoro”.

Leonardo se lo aspettava, un sesto senso che suo padre aveva con lui e che ha trasmesso a Beatrice, per non avere rimpianti del tempo che passa e per godere insieme dell’azzurro mare.

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Racconti

Incontri casuali

La valigia è pronta per la partenza, regolo i conti alla reception dell’albergo e aspetto il taxi che mi porterà in stazione.

Questa è una parte della mia vita da quando lavoro al giornale, sempre inviato da un posto all’altro del mondo a seguire eventi o personaggi importanti e conosciuti.

Questa volta ritorno da Roma dove ho assistito al concerto di una famosa rockstar che mancava da molti anni nel nostro Paese.

La cosa che mi piace di più di questi eventi è che non li seguo dalla sala stampa come tutti i giornalisti, bensì in mezzo alla gente dove si respira l’elettricità e l’emozione che creano queste serate per rendere il mio racconto ancora più vero ed autentico da trasmettere al lettore.

Mi sento come un nomade della scrittura, che va alla ricerca di qualcosa da raccontare, è una vita che può sembrare disordinata ma mi piace perché rispecchia il mio carattere, libero ed un po’ solitario.

Finalmente sono sul treno che mi riporta a Milano, è un momento in cui mi posso rilassare e, se riesco, anche a schiacciare un pisolino.

Viaggiare sulle rotaie per me ha un effetto rilassante, quando racconto questa cosa molti mi prendono per pazzo ma per me è così, sarò matto ma almeno riposato e ricaricato.

Durante il mio sonno avverto una brusca frenata del treno che provoca la caduta di una persona che finisce addosso a me e tutto ciò, mi sveglia bruscamente.

Appena apro gli occhi e cerco di mettere a fuoco la mia vista, mi trovo davanti il volto di una ragazza.

“Mi scusi, mi scusi” si affanna a dire “stavo passando in questo scompartimento per cercare un posto libero, trovandolo di fronte a lei mi sono fermata ma poi è successo che mi sono trovata addosso a lei, si è fatto male?”

“No, solamente che è un modo un po’ insolito per svegliarmi, comunque non si preoccupi, tutto ok.”

“Meno male”, sospira lei sedendosi di fronte a me. Togliendosi il cappello di lana, scioglieva dei bellissimi capelli biondi illuminati dal sole che penetrava dal finestrino.

“Almeno vedo qualcosa di bello davanti a me” pensavo nella mia mente.

Tra i suoi bagagli, vedevo spuntare l’obbiettivo di una macchina fotografica, magari sarà una turista ma non approfondisco la cosa.

Arrivati a Milano riprendo i miei bagagli, un breve cenno di saluto e scendo dal treno per ritornare a casa.

Il giorno seguente, mi presento in redazione davanti al direttore per presentargli il mio articolo e parlare di altri aspetti della trasferta.

“Prima di parlare di questo, ho una sorpresa per te” mi anticipa e quando fa così mi preoccupa.

“Entra pure” e dalla porta chi rivedo? La ragazza del treno.

“Ti presento Giulia, la nostra nuova fotoreporter che ti affiancherà nel tuo lavoro”.

I nostri sguardi si incrociano un po’ divertiti ed imbarazzati.

“Mah… per caso già vi conoscete?” domanda il direttore.

“Più che altro ci siamo già scontrati…comunque piacere, mi chiamo Paolo, felice di rincontrarti.”

“Piacere mio, spero di poter imparare tanto da te”

“Non dire così, mi fai sentire vecchio”.

Questo mestiere mi riserva sempre delle sorprese, alle volte sono rotture di scatole, stavolta è una novità piacevole. Lavorare con una donna è stimolante perché hanno un sesto senso ed una sensibilità che sono importanti nel raccontare una storia, anche attraverso le fotografie.

Che sia l’inizio di una importante e buona collaborazione.

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