Racconti

Quegli Strani Incontri

È il giorno di Natale.
 

Paolo si sveglia nella sua abitazione e si stropiccia gli occhi per riprendere contatto con il mondo. Alzandosi faticosamente dal letto, si avvicina alla finestra della camera per alzare la tapparella e illuminare la stanza con il sole invernale. Davanti ai suoi occhi si presenta un paesaggio ghiacciato, tipico di fine dicembre dopo una nottata di gelo.

Si appresta a trascorrere la giornata di festa a casa dei genitori di Lucia, la sua fidanzata.

La suoneria del cellulare fa da sottofondo musicale, accompagnata dai messaggi di lei che gli intimano di essere puntuale e di passare a ritirare il dolce natalizio per i “quasi” suoceri.

Paolo si prepara riordinando la stanza, in preda a un disordine molto personale, dove però si trova a proprio agio: una sorta di mondo parallelo in cui solo lui riesce a raccapezzarsi.

A qualche chilometro di distanza, Rebecca sta dormendo in macchina, ancora nel suo abito di scena, dopo una notte turbolenta. Lo spettacolo della sera precedente e, soprattutto, il litigio con il suo “compagno” — sposato, con figli, e promesse mai mantenute — le hanno rovinato la vigilia natalizia.

L’auto è parcheggiata sul ciglio della strada, con il motore appena acceso per scaldare l’abitacolo. Paolo si appresta a partire. Non sa ancora che il suo Natale sarà diverso dal solito. Più di quanto possa immaginare.

Tutta colpa di quello stronzo!

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Rebecca, infreddolita nelle calze a rete e con una pelliccia come giubbotto, legge i messaggi dell’amante senza alcun trasporto, ma con un crescente risentimento. Non vuole più vivere nella menzogna e nella precarietà sentimentale.

E adesso come faccio ad andare via da qui?


L’automobile “presa in prestito” non parte più, e nei dintorni non c’è anima viva a cui chiedere aiuto.

Il primo che passa lo fermo, anche se fosse un maniaco.

L’autoradio accesa accompagna il tragitto verso casa dei futuri suoceri. In lontananza, Paolo nota una macchina accostata. Una ragazza scende e, vedendolo arrivare, gli si fa incontro.

Scusa, scusa, ho bisogno di aiuto e non so come fare!
D’accordo ma… come posso aiutarti?
La mia macchina non parte più e… insomma… ho passato qui tutta la notte e non vorrei bruciarmi il Natale.
Non sono un esperto di motori, ma posso provare a dare un’occhiata.

Paolo apre il cofano dell’auto, ma è solo un gesto di cortesia. Non sa dove mettere le mani.

Non hai un libretto delle istruzioni?
Beh… forse nel cruscotto, guardo subito.

Rebecca, distrattamente, nel porgerglielo non si accorge di avere in mano anche il libretto di circolazione. Paolo, per caso, legge il nome del proprietario.

Non credo tu ti chiami Luigi.

Lei capisce di essere stata scoperta e ammette:

In realtà non è la mia macchina. Non l’ho rubata. Diciamo che l’ho presa in prestito da un bastardo.

Paolo ascolta, confuso, ma capisce di non poter fare nulla per farla ripartire.

Mi dispiace non poter essere utile come meccanico, ma…
Senti, lo interrompe Rebecca con una proposta indecente, ti chiedo un grosso favore. Mi potresti accompagnare a casa dei miei genitori? Mi aspettano per festeggiare e non saprei come arrivarci.

Va bene, ma facciamo presto che ho da fare, risponde Paolo, guardando l’orologio.

Ti ringrazio. Grazie davvero… aspetta che recupero le mie borse.

Rebecca si affretta. Il motore si accende e, una volta salita in macchina, partono insieme.

Dopo qualche minuto di silenzio, si rompe il ghiaccio.

— Come mai passavi da queste parti? È una strada piuttosto isolata.

— Devo passare il Natale a casa dei genitori della mia fidanzata e ho fatto questa deviazione per accorciare i tempi.

— Per fortuna direi, altrimenti non so cosa avrei potuto fare.

— Ma tu invece come hai fatto a trovarti con la macchina in panne?

— Non farmici pensare. Vengo da una serata di lavoro non troppo bella.

Paolo, con la coda dell’occhio, nota i vestiti di lei che possono ricordare un “certo” tipo di lavoro.

— Cioè… in cosa consisterebbe il tuo lavoro… o forse il tuo servizio? chiede, visibilmente imbarazzato.

— Servizio? Beh, in effetti devo soddisfare il pubblico.

— Perché… lo fai in pubblico?

Rebecca lo guarda perplessa.

— Facendo l’attrice ho un pubblico davanti!

— Ah… ora ho capito. Scusami, ma per un attimo ho pensato che…

— Che facessi la mignotta.

— No… non mi permetterei.

— Tranquillo. Potrebbe sembrare, ma sono vestiti di scena. Diciamo che non ho avuto la possibilità di cambiarmi. Ma è una lunga storia. Già che siamo in argomento, tu invece nella vita di cosa ti occupi?

— Faccio l’insegnante alle scuole superiori.

— L’insegnante? Io della scuola non ne voglio più sapere. Da quando mi sono diplomata alla De Amicis, per me è un capitolo chiuso.

— Anch’io ho frequentato la De Amicis, ma… non ci siamo ancora presentati. Mi chiamo Paolo.

— Io Rebecca. Ti chiami Paolo!?… Ma eri in classe con Andrea Falchi della quarta B? Ero fidanzata con lui, un mezzo sbandato.

— Sì, eravamo nella stessa classe. Adesso mi ricordo di te. Rebecca del secondo anno, eri tra le più belle della scuola, se non la più bella.

— Mi fosse servita tutta questa bellezza… Sempre con tipi sbagliati, e crescendo non ci sono stati miglioramenti. Però che strana la vita. Non c’è anima viva in giro e chi trovo? Un ex alunno del liceo.

Il cellulare continua a vibrare con i messaggi di Lucia.

— Sei molto richiesto.

— Deve essere la mia fidanzata. Diciamo che ci tiene.

— O forse un po’ ossessiva.

— Beh… diciamo che…

— Ossessiva. Non vuoi dirlo ma lo dico io. Ossessiva. Ah, guarda che siamo quasi arrivati. Gira alla prima a destra, duecento metri e siamo dai miei.

Avvicinandosi alla casa dei genitori, Rebecca dice a Paolo di fermarsi.

— Non posso presentarmi così. Mi devo cambiare. Ti dispiace scendere? Il tempo di sistemarmi e ti lascio andare.

Paolo aspetta paziente fuori dall’auto. Guarda l’orologio e, con la coda dell’occhio, sbircia dentro l’abitacolo senza farsi notare.

Se lo sapesse Lucia mi ammazzerebbe, pensa tra sé e sé.

Rebecca bussa al vetro e gli fa cenno di rientrare.

— Scusami per il disagio, sei stato troppo gentile.

Pochi metri e arrivano davanti a casa dei genitori di Rebecca. Sul ciglio della strada, mamma e papà attendono trepidanti.

— Finalmente sei arrivata, eravamo in pensiero.

Nel frattempo Paolo prende dall’auto le borse della ragazza.

— E lui?

Rebecca, in leggero imbarazzo, guarda Paolo e, rivolgendosi ai genitori, ha un’idea sconvolgente.

— Lui è… lui è Luigi, il mio compagno.

Paolo la guarda con uno sguardo tra il sorpreso e lo stupito.

— Ah, ma lui è il famoso Luigi. Rebecca ci ha parlato molto di te.

Una classica famiglia medio-borghese: questi sono Angela e Mario. Lei, ex infermiera; lui, agente immobiliare in pensione. Gentili e ospitali, ma con una velata invadenza.

— Ma guarda che gentiluomo, ti porta anche le borse.

— Eh sì, è proprio un tesoro.

Con un sorriso e uno sguardo d’intesa, Rebecca fa cenno a Paolo di stare al gioco.

Seduta su una vecchia poltrona c’è la prozia Agata, un’anziana signora con l’apparecchio acustico, non sempre funzionante. Rebecca le presenta Paolo, il quale viene squadrato dalla testa ai piedi senza ricevere né cenno né saluto.

Con il bastone fa capire alla nipote di avvicinarsi.

— Questo almeno è ricco?

— Beh… credo… cioè… è un produttore.

— Ricordati che è più importante quello che ha in banca. Dura di più di quello che ha in mezzo alle gambe.

Interviene Angela:

— Ma prozia! Non è il caso. Scusaci, è fatta così.

Paolo non riesce a proferire parola, talmente è frastornato dalla situazione. Si ritrova a essere un’altra persona, con un altro nome. L’unica cosa che riesce a fare è un sorriso, a metà tra l’imbarazzato e l’idiota.

— E così, Luigi, lavori nel cinema?

Si avvicina un signore robusto, oltre la cinquantina, con un alito che “profuma” di vino: è Franco, lo zio, fratello di Mario.

— Esattamente, si occupa di teatro, lo corregge Rebecca.

— Teatro o cinema poco importa. Allora dimmi: quanta figa ti è passata davanti?

— Adesso basta presentazioni. Luigi, accompagnami di sopra, devo sistemare le mie borse.

Rebecca lo prende per mano e sale le scale.

— Ti rendi conto della situazione in cui mi hai messo?

— Shhh… non farti sentire. Ti prego, reggimi il gioco.

— E come faccio? Mi chiedi di essere una persona che nemmeno conosco.

— Non posso dare ai miei questa delusione. Gli avevo promesso che non sarei arrivata da sola… e poi che ci posso fare se il vero Luigi si è comportato da stronzo?

— E quindi? Devo andarci di mezzo io?

Dalla tasca di Paolo vibra il cellulare.

— Questa è Lucia. Sarà incazzata nera. Ti ricordo che devo passare il Natale da un’altra parte. Non posso rimanere.

— Ma mi vuoi rovinare? Mamma e papà ci tengono troppo. E poi la tua fidanzata… beh, diciamo che capirà.

— Capirà cosa? Che anziché stare con lei sono a casa di estranei? Tra l’altro, se mi fanno domande sul lavoro di questo Luigi, come faccio a dare risposte? Faccio l’insegnante e di produzioni non so un accidente.

— Potresti usare un po’ di creatività.

— Ma sei impazzita? Io me ne devo andare, io…

— Ragazzi, venite, è quasi pronto in tavola. Ed è arrivata anche Ginevra.

La madre di Rebecca interrompe la discussione.

— Mia sorella. Mi raccomando, comportati bene. Lei è molto attenta… per deformazione personale.

— Che tipo di deformazione?

— Lo capirai. Dai, andiamo.

Ginevra è una stimata psicologa. Da sempre intuisce i segreti della sorella con un semplice sguardo. Rebecca le va incontro, l’abbraccia. Saluta anche il marito Claudio e il nipotino Roberto.

— Ti presento Luigi.

Ginevra stringe la mano a Paolo con uno sguardo diffidente.

— Non credo di piacerle, sussurra Paolo a Rebecca.

— Venite… è pronto in tavola.

A pochi chilometri di distanza, Lucia è disperata.

— Perché non risponde quel cretino?

— Te l’ho detto. Lascialo perdere, quell’inaffidabile.

— Papà, ti prego. Ci penso io.

Intanto, Paolo vede il nome della fidanzata lampeggiare sul telefono.

— E adesso cosa faccio?

— Cosa stai facendo?
 

Robertino, seduto accanto a lui, nota il suo armeggiare.

— Niente… pensavo di aver perso qualcosa.

— Ma se stai guardando il telefono.

— Robertino, non lo disturbare. Stai seduto composto, lo riprende Ginevra.

— Avrei bisogno di assentarmi un attimo. Dov’è il bagno?

— Sali le scale, la prima porta a destra.

Paolo/Luigi lascia il tavolo. Una scusa per poter chiamare Lucia. Franco, intanto, bisbiglia al fratello:

— Lo so io perché va in bagno. Quello va a farsi…

Indica il naso con l’indice.

— Piantala, non farti sentire, lo rimprovera Mario.

— Sarà, ma per me è così.

Nella foga di salire, Paolo inciampa sull’ultimo gradino e atterra faccia a terra.

— Ma tu guarda in che situazione mi trovo… e che figura di merda.

Chiude a chiave la porta, apre il rubinetto per coprire la voce e chiama.

— Cretino! Ma dove sei finito?
— Lucia posso spiegarti… è che…
— Non riesco a sentirti. Dove ti trovi?

Chiude il rubinetto.

— Sono… ehm… alla stazione di servizio. Ho bucato una gomma. Proprio oggi, mai successo in vita mia.

— E quanto ci vuole? Qui ti stiamo aspettando tutti.

— C’è un sacco di gente… strano, a Natale dovrebbero essere tutti a tavola a quest’ora…

— Non mi interessa degli altri. Sbrigati ad arrivare.

— Farò il possib…

Dall’altra parte: chiamata chiusa.

— Ma perché, perché, perché…

Si sente bussare.

— Ehi, tutto bene? chiede Rebecca, preoccupata.

— Bene non direi. Ho sentito Lucia. Mi sono inventato una scusa per tranquillizzarla, ma non credo di esserci riuscito.

Lei lo osserva, notando lo sconforto.

— Mi dispiace averti creato tutti questi problemi. Non volevo metterti in difficoltà, ma non sapevo cosa fare. Ho visto i miei e d’istinto ho inventato la nostra relazione.

— Però io non sono bravo a recitare. E se mi fanno domande sul lavoro? Cosa dico? Ti rendi conto dell’imbarazzo?

— A questo ci penso io. Ricordati che sono un’attrice, qualcosa vorrà pur dire. Dai, adesso torniamo dagli altri.

Paolo segue Rebecca, nel vortice d’ansia di chi teme di farsi scoprire… e con una fidanzata in piena crisi dall’altra parte del telefono.

Tra un piatto di lasagne e un cappone ripieno, Paolo si sforza di digerire qualcosa. I suoi occhi osservano con attenzione sguardi e atteggiamenti dei commensali.

Angela e Mario, come una coppia anni ’50, intenti al benessere familiare.
Ginevra, che lo scruta con aria analitica.
Lo zio Franco, già rosso in volto per il vino.
La prozia Agata, persa nel suo mondo, con l’apparecchio acustico funzionante a intermittenza.

— E la prossima tournée di primavera? domanda Mario a bruciapelo.

— Dice a me!? risponde Paolo, con una goccia di sudore che gli scende dalla fronte.

— E chi se no… Rebecca ce ne aveva accennato. Ma sai, nostra figlia fa la misteriosa.

— E non solo con voi, mormora Paolo, a voce così bassa da non farsi sentire.

Nonostante sia un insegnante, abituato alle interrogazioni, si sente come un alunno colto alla sprovvista, circondato dagli sguardi silenziosi dei compagni in attesa.

Solo che, stavolta, non c’è una lezione da ripetere. Bisogna improvvisare.

Fortunatamente, Santa Rebecca interviene:

— Ma papà, lascialo tranquillo almeno a Natale. Il lavoro dimentichiamocelo, vero Luigi?

— Sì sì, proprio dimenticato.

Sul volto di Paolo compare un finto sorriso, come quello forzato davanti all’obiettivo di una macchina fotografica.

Ginevra si alza per dare una mano a sparecchiare. Si avvicina a Paolo e lo invita a seguirla:

— Così conosco il futuro cognatino.

Dopo uno sguardo a Rebecca, che annuisce, Paolo la segue in cucina.

— Adesso mi dici chi cazzo sei?

— Come?

— Hai sentito bene. Che cazzo c’entri con mia sorella? Tu non lavori con lei, non ti chiami Luigi e non sei il suo fidanzato. Come ci sei finito qua?

Paolo si prende un attimo.

— È vero. Non mi chiamo Luigi e non sono il suo fidanzato. Le ho solo dato un passaggio. Poi lei mi ha presentato come il suo compagno per non deludere i vostri genitori.

— Ecco, questo è il punto. Non vanno delusi. Rebecca ha sempre trovato uomini sbagliati, ed è un cruccio per mamma e papà. Non so perché, ma tu hai fatto una buona impressione. Stai al gioco… anche perché vi aspetta una sorpresa.

— Una sorpresa?

— Sì, una sorpresa. Ma non azzardarti a dire qualcosa a lei. Acqua in bocca.

Paolo torna a tavola per il dolce finale. Rebecca lo guarda leggermente interdetta.

— Tutto ok? Cosa ti ha detto Ginevra?

— Nulla di che. Voleva semplicemente conoscermi.

Risposta banale, ma utile a nascondere il tumulto interiore. Dalla tasca estrae il telefono: una sfilza di chiamate perse e un messaggio in evidenza.

Non farti più vedere!

In poche ore è passato da una relazione stabile a una finta storia assurda e grottesca. Mentre sorseggia il caffè, riflette: forse la sua felicità era finta quanto quella messinscena.

Una felicità più falsa di quella recita familiare, eppure… così accogliente. Persone mai viste lo avevano ricevuto con calore.
E sentirsi Luigi, in fondo, non era poi così male.

Rebecca gli aveva spalancato il suo mondo. Senza volerlo, gli aveva regalato una ventata d’aria fresca, come aprire le finestre in una mattina di primavera.

Papà Mario, con un tintinnio sul bicchiere, cattura l’attenzione di tutti.

— E ora prendiamo i nostri cappotti e andiamo qui vicino per una sorpresa. Ma non voglio dire di più.

Paolo ricorda le parole di Ginevra e incrocia il suo sguardo da cane da guardia.
L’allegra famigliola si incammina verso una villetta poco distante.

— Ragazzi, questo sarà il vostro nido d’amore!

Una casa ristrutturata, grazie alle conoscenze di Mario, ex agente immobiliare. Un regalo di Natale per la figlia e il futuro genero.

Applausi. Richiesta di bacio.
Rebecca, attrice navigata, non esita: lo bacia.

Lo zio Franco si avvicina a Paolo e gli tocca il pacco.

— Fallo funzionare, eh!

La prozia Agata, ignara, chiede spiegazioni.
Ginevra e il marito fanno le congratulazioni.
Robertino vuole entrare in casa, incuriosito.

Paolo non crede ai suoi occhi. In un giorno è passato da una fidanzata dispotica a una nuova casa con una donna appena conosciuta.

Poi si ricorda: in macchina c’è ancora il dolce natalizio. Non sa in che condizioni sia, ma lo prende per regalarlo ad Angela e Mario, come ringraziamento.

Si è fatto tardi. Volti stanchi, ma sorridenti, dopo un Natale passato insieme.
Paolo ha dimenticato il ruolo da interpretare. Saluta i “suoceri” con affetto. Con Rebecca si avvia alla macchina.

Appena partiti, nel silenzio… lei esplode a ridere.

— Lo so che dovrei scusarmi per i casini che ti ho creato… ma mi sono troppo divertita… ah ah ah!

Lui sorride, ormai disteso.

— E con la tua fidanzata?

— Lucia ormai me la posso scordare. A pensarci bene… non so se mi dispiaccia. Forse è meglio così.

Rebecca gli accarezza il viso.

— Ma il bacio? Un bacio finto da attrice! Sono stata brava?

— Non mi sembrava tanto finto.

— Sai… sono trucchi del mestiere.

Entrambi si lasciano andare a una risata. Liberatoria.
Dopo una giornata folle. E incredibilmente vera.


FINE

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